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Trent’anni, alta, mora (L. Pieraccioni)

2 luglio 2010

Quando lo vidi in libreria, correva l’anno 1998, pensai: “Alta e mora ci sono, verrà il momento storico in cui questo libro sarà dedicato a me”.

Io di Leonardo Pieraccioni sono innamorata persa: il suo modo di parlare, il fatto di avere quell’aria comica ma sempre velatamente triste, il fatto di essere uno non bello ma che ci sa fare anche con la sua goffaggine, il suo saper sorridere tristemente anche sulle cose meno allegre… lo adoro, ecco! E il fatto che mi potesse aver dedicato un libro, anche senza saperne niente lui stesso, mi metteva d’allegria e mi faceva battere il cuore all’impazzata.

Acquistatolo e leggendolo ho scoperto che la trentenne alta e mora in effetti non era esattamente il mio ideale di donna, quella che sarei voluta diventare: una che, sposata, al mare abborda un ragazzino diciottenne e se lo porta a largo su un canotto a “fare cose” non è esattamente il mio canone di ispirazione. E, a meno che non mi sposi e seduca un ragazzo diciottenne nei rimanenti prossimi 5 mesi scarsi, il libro non è dedicato assolutissimamente a me!
Ma mi piace pensare che quest’anno la trentenne alta e mora cui il Leonardo nazionale ha dedicato il libro sia io, indipendentemente da quello che la tipa fa nella storia!

Da quando l’ho comprato, questo libro è stato sempre in cima agli altri sulla mia libreria: da allora ho preso a leggerlo e rileggerlo e rileggerlo e rileggerlo ad intervalli di tempo regolari, ogni volta che mi sento giù, che mi sento proprio down: leggo questo libricino di racconti leggeri e delicati, scritti da un Pieraccioni che, deliberatamente, nell’introduzione non ci chiarisce se gli stessi siano precedenti o successivi al suo successo a livello nazionale come regista.
E sicuramente non poteva mancare una sua lettura anche in questo particolarissimo anno: oh, cavoli, uno mi dedica un libro e io non dovrei leggerlo???

Nella premessa il regista dice che tutti gli chiedono, relativamente ai racconti, se siano antecedente alla sua fama, se con Mandala (Tyde, la protagonista di “Fuochi di Artificio”) si veda ancora o se “Il mio west” è davvero un western.
In effetti la domanda sottointesa sembra essere un’altra: se questo libro fosse stato scritto da, facciamo un esempio, Mario Rossi (la cui fama è paragonabile a quella del Pieraccioni cabarettista pre-“Il Ciclone”!) sarebbe stato acquistato in così tante copie da entrare a far parte de I Miti di Mondadori?
Risposta non c’è…

In ogni caso se anche non li avesse scritti Pieraccioni questi 26 racconti sono davvero bellissimi: alcuni sono delle visioni allucinate (come quando il Bene e il Male devono mettere in ordine il magazzino di un uomo, scoprendo che nella sua vita non c’è amore, o come il sogno di tornare ragazzino a guardare le stelle con la bambina amata all’epoca che, però, amava il figlio del fattore), altri delle immagini scarne della vita di personaggi che vengono descritti con poche pennellate, ma nel profondo (come il ragazzo miliardario i cui genitori si sono suicidati buttandosi dalla torre di famiglia e che ha ereditato dai suoi la fortuna economica ma anche un angosciante presente e un incerto futuro, o la trentenne che seduce in spiaggia un ragazzino timido e inesperto, o la ragazza dalla vita “banale” che tenta di fuggire dalla monotonia del suo bar e da una vita da commessa andando a vivere in una comune), altri sono la fotografia di personaggi di fantasia, ma che poi nella realtà di tutti i giorni ci circondano, esistono, magari hanno davvero quei pensieri, chissà… (come il pesce rosso vinto al luna park che vive segregato in una boccia sul frigorifero, o l’invincibile cane da corsa che decide di seguire l’insegnamento del suo ex-padrone, mandando tutti a quel paese e fuggendo via a gambe levate, o la sposa che dice no all’altare al miglior partito che una bella ragazza possa sognare), altri ancora sono la descrizione leggera e al tempo stesso profonda e sentita di alcuni aspetti della vita dell’autore (come quello in cui narra il suo essere sempre in giro per aeroporti con l’unica finalità quella di far divertire la gente, il suo sciogliersi come neve al sole alla visione di un papà che abbraccia, ricambiato, la sua minuscola bimbetta, immagine che non vale i fondoschiena perfetti delle donne con cui l’autore stesso si trova vuotamente ad uscire la sera, oppure come la nonna, paragonata alla ragazza di vent’anni che lo affianca in quel momento che chissà come sarà tra sessantatre anni, quando anche lei in casa di riposo sarà convinta che il terreno che vede al di là della finestra è di sua proprietà)…

Insomma s’è capito: questi racconti mi piacciono da morire. C’è una tristezza velata di fondo che, non so perché, quando sono giù mi dà la forza di andare avanti e di reagire, pensando che si può sempre strappare un sorriso a se stessi, anche nelle situazioni più dure e difficili.
Esattamente come fa Pieraccioni che alla Graziella Mancini che anch’io mi sento in quei momenti bui, che “si lanciava nel vuoto e senza paracadute. Era certa che avrebbe planato su una montagna di piume e invece il lastricato della strada la faceva rimbalzare impetuoso” contrappone l’insegnamento della nonna ottantenne “Goditi il tuo corpo. Gli amori, le cose che racconti, i tuoi istinti: ruba tutto quello che c’è da rubare che tanto poi nessuno te lo richiederà mai indietro” o la forza d’animo e di spirito del cane da corsa, straviziato e stracoccolato in quanto produce soldi più dei Bot in banca e che al pensiero del suo padrone che, abbandonate ricchezze e famiglia se ne va a vivere in Irlanda con una sordomuta con la quale guarda i tramonti dalla scogliera tutte le sere, pensa “Anche a me, che sono un cane e vinco sempre, è venuta più di una volta la voglia di mandare affanculo tutti. […] Nel mondo cinque miliardi lo vorrebbero fare, in cinquecento al massimo lo fanno. Lorenzo [il suo ex padrone, N.d.A.] era uno di questi. Non male, eh?” e molla tutti, scappando via dal recinto dove ha appena vinto una corsa, al pensiero “Vaffanculo a tutti. Cinquecento e uno.”

Quando sono giù, come in questi giorni, decido ormai da anni di rileggere questo libro e benedico le 7900 lire spese all’epoca: non è alta letteratura, ne’ un libro impegnato, ne’ un trattato di psicologia o di altre scienze auliche… ma non è neanche un libretto da leggere sotto l’ombrellone ché tanto l’ha scritto un comico.
No, anzi: “Trent’anni, alta, mora” mi da’, ogni volta che lo rileggo, la forza e la voglia di dire: “Vaffanculo a tutti. Cinquecento e due.”.

fine

(questo delirio allo stato puro l’ho scritto 4 anni fa… adesso il MALEDETTO si è accasato con la PLASTICONA DECEREBRATA… quindi… ‘FANCULISSIMO!!!!!!!!!!!!!!!!!!)

Volevo solo dormirle addosso (parte 2)

18 marzo 2010

La vita di Marco, che già non era questo granché al di fuori dell’attività lavorativa, diventa inesistente, al punto che la sua “fidanzata” (virgolettato perché lei stessa domanda a lui se lo fosse e lui risponde di trovarsi nella “fase post-trombata”, al che lei ribadisce che una fase post-trombata che va avanti da tre mesi è un po’ troppo lunga, ottenendo la risposta che allora si è nella fase post-trombata nella quale si vede se la storia va avanti e ci si mette insieme, oppure ci si lascia) lo mette spalle al muro, fino a lasciarlo, visto che lui altro non è che un “meurto” per lei: niente uscite insieme, niente vita al di fuori del lavoro, ovunque lei lo deve trascinare per il collo, soltanto sesso tra di loro e “voglia di dormirle addosso”.

Il target aziendale viene, a prezzo molto caro, raggiunto da Marco, ma il finale lo lascio scoprire a chi è arrivato a questo punto della lettura della mia recensione ed ha deciso (nonostante tutto!) di guardare il film.

IL PERSONAGGIO

La sola definizione della ragazza basta a descriverlo: “muerto”.
Una persona totalmente ed unicamente assorta dal lavoro (frase conclusiva del film: “Devo lavorare”), definito da un’amica “uno tutto dentro”, in contrapposizione alla fidanzata che sarebbe “una tutta fuori” e che, come lei stessa dice, vuole vivere ed amare.
Una persona squallida che non ha il coraggio, come aveva fatto il suo diretto superiore, di dire di no ad una richiesta così infame come quella di segare venticinque colleghi.
Una persona che non ha rapporti se non brevi e fugaci con i suoi familiari più stretti, che non ha amici e che quando si trova con gli amici della sua fidanzata fa di tutto per non socializzare.

Certo forse alla fine del film si riscatta ma l’interrogativo sul perché del suo gesto (che non vi dico!) resta: l’ha fatto per raggiungere il target o perché davvero voleva farlo?

IL FILM

Non capisco molto di sceneggiatura, regia e robe simili. Posso esprimere soltanto la mia opinione relativamente al film (che per la maggior parte si svolge nello studio nuovo di zecca di Marco oltre che nella sua incasinatissima casa): è un po’ pesante, perché la maggior parte delle scene sono colloqui di Marco con gli altri dipendenti, ma sicuramente rappresenta eccelsamene la pesantezza della vita del protagonista.
Non c’è neanche il lieto fine: in ogni caso, qualsiasi sia il motivo del suo gesto, il protagonista non si redime, in quando preferisce essere lasciato dalla fidanzata piuttosto che dirle “ti amo” (perché per lui “ti amo” e “voglio dormirti addosso” sono sinonimi in quel momento della sua vita), conclude il film con un “devo lavorare”… alla fine non ha capito nulla di ciò che veramente conta nella vita. Neanche dopo la scenata che gli fa un collega, che gli contrappone il suo modo di intendere la vita: il lavoro minimo indispensabile, famiglia e divertimento fuori dell’orario lavorativo, nei week-end, nel tempo libero, lavoro che non assorbe e giustifica univocamente l’esistenza, ma fatto per sopravvivere dignitosamente.

E’ questa anche la mia filosofia, Marco non l’ha capita e io non lo stimo affatto, come non stimo la gente come lui.

Il film non lo consiglio. Personalmente mi aspettavo di più, rispetto ad un paio d’ore dopo le quali ho pensato: “Avrei fatto meglio ad addormentarmi prima, così domattina mi sveglio non assonnata”!!!

fine

Volevo solo dormirle addosso (parte 1)

24 febbraio 2010

MEA CULPA

Ogni volta che vedo un provino in tv o sento un trailer per radio relativamente ad un film che mi piacerebbe vedere inserisco il suo titolo nel mio ormai gigantesco file “film che voglio vedere” (non mi ci basterebbe una vita per vedere quelli che ci sono finora, ma la cosa buffa è che ne inserisco sempre molti di più di quanti ne riesca a togliere!).

Non ricordo neanche quando e come ho sentito parlare di “Volevo solo dormirle addosso”, ma fatto sta che… se è nel file, vuol dire il film lo voglio vedere!
E allora si inizia la ricerca.

Fase uno: cinema. Ovviamente neanche a parlarne: chissà quando ho inserito quel titolo, quindi non è in programmazione… se mai lo è stato!
Fase due: videoteche del paese in cui abito. Niente nel distributore automatico, faccia sconvolta del commesso quando lo chiedo direttamente a lui.
Fase tre: videoteche del mio paese di origine. Risultato come nella fase due!
Fase quattro: programmazione tv. Manco a dirlo… ma che è questo film, introvabile (vabbe’, lo ammetto, mi capita un sacco di volte: ci ho fatto l’abitudine a voler vedere film non proprio di grandissimo successo!)???
Fase cinque (a mali estremi, estremi rimendi): scarico il film da internet.

Chi la dura la vince: ho il film e, dopo una giornata molto movimentata, mi sdraio nel mio lettone a quattro di bastoni con ottomila cuscini, lo inserisco nel lettore dvd e via, si parte

LA TRAMA

Marco è un giovane di 33 anni che lavora in un’azienda il cui slogan è “people first”, “la gente prima di tutto”. Si occupa di inserimento e formazione del personale, compito che gli riesce assai bene di realizzare mediante la sua personale teoria in base alla quale quello che aiuta un dipendente a crescere è il complimento e mediante il suo personalissimo slogan “ti stimo” che utilizza in qualsiasi circostanza della sua vita: per congedarsi con un amico, prima di fare sesso con la sua ragazza, per salutare sua madre o la sua segretaria e quant’altro… lui stima tutti e lo fa sapere!
Per questo suo compito è molto apprezzato ed amato dai colleghi.

Ma questa rosea situazione termina nel giorno in cui l’azienda passa in mano a proprietari francesi che, resisi conto della totale assenza di vendite e di fatturato, inviano un loro rappresentante molto acido e antipatico con segretaria-contabile cinese-francese al seguito (il cui livello di simpatia è prossimo a quello del suo capo se non addirittura inferiore!) per risanare il bilancio dell’azienda.

Dai conti della cinese-francese risulta che 25 dipendenti su 90 devono essere licenziati, affinché il bilancio venga recuperato.
L’antipatico affida l’ingrato compito a Marco: se nel giro di due mesi e mezzo riuscirà a raggiungere il target, obiettivo raggiunto, bonus e incentivi per l’incaricato, se licenzierà anche solo un dipendente in meno, obiettivo non raggiunto.
E se questo non fosse sufficiente, Marco lo deve fare in maniera tale che i dipendenti licenziati non si sentano scontenti, quelli rimasti continuino a lavorare in un clima sereno e piacevole e i sindacati non vengano allarmati.
Insomma: che più?!?!?!?

Marco, già precedentemente molto preso dal suo lavoro, continuerà ad elaborare dati sul suo portatile giorno e notte, avendo colloqui con quasi tutti i 90 dipendenti dell’azienda: il suo piano è incentivare l’andata in pensione per chi è vicino all’età pensionabile e spingere i giovani a cambiare lavoro, ma per farlo dovrà combattere contro le giuste reazioni ed opposizioni dei diretti interessati, contro le loro vite e le loro difficoltà.

Ovviamente Marco diventa un personaggio odiato e temuto all’interno dell’azienda e i dipendenti lavorano in un clima sempre più pesante, ognuno temendo che il prossimo “nominato” sarà lui.

fine della prima puntata: questo post è troppo lungo, lo continuo appena posso!

Il caimano (parte 2)

30 gennaio 2010

seconda puntata: continua dal post precedente.

Vengono così individuati un ricco magnate straniero che finanzia il film in quanto vicino alla sua visione della politica italiana, e in quanto, soprattutto, il protagonista è un attore di sicuro successo (interpretato da Michele Placido).

La produzione comincia in pompa magna e tutto sembra andare per la meglio.
Fino a quando l’attore-star non decide di ritirarsi dal film (chissà, forse per pressioni esterne, ma l’argomento non viene neanche sfiorato), mollando tutto per concedersi un anno sabbatico da dedicare alla famiglia (si scoprirà poi che in effetti sarebbe andato a lavorare al progetto su Cristoforo Colombo, portato ugualmente avanti dalla Rai).

Il produttore di conseguenza viene meno agli impegni presi, tutto sembra fallire, compresa la vita del produttore.
Ma l’entusiasmo, la caparbietà e la forza d’animo della giovane scenografa, l’individuazione di un nuovo attore (interpretato da Moretti) e la buona sorte faranno sì che il film riesca ad essere prodotto ugualmente e a diventare un atto d’accusa politica.

Ora si sarà notato in tutto ciò che non ho mai scritto la parola “Berlusconi”, deliberatamente per sottolineare quello che era il mio concetto iniziale: la storia, che io mi sarei aspettata, causa l’inaudita pubblicità fatta in un certo senso, su Berlusconi non lo è affatto, o almeno quasi per niente.
Mi spiego meglio.
Il modo in cui Moretti inserisce Berlusconi in questa storia è il seguente: il film-denuncia della ragazza è incentrato sull’ascesa, economica prima e politica poi, di Silvio Berlusconi, un atto di accusa di tutte le illegalità da questi commesse.
Ma questo soltanto nelle parole della ragazza che espone la trama del suo film.
Alcuni flash, quali il piovere (materiale) di una valigia stracolma di soldi dall’alto su Berlusconi senza nulla conoscere sulla provenienza degli stessi, l’inizio della costruzione di Milano 2 e l’attività politica del Presidente del Consiglio, sono inseriti ne “Il Caimano” come scene del film in produzione dalla ragazza.
Nulla di approfondito, nulla di svelato, nulla di tutto quello che mi aspettavo: basta leggere un quotidiano per saperne molte di più su Silvio Berlusconi (ma per un’attenta analisi di tutto il suo operato è meglio leggere Marco Travaglio: i suoi libri sì che sono atti d’accusa con la A maiuscola!).

La conclusione cui voglio arrivare è che forse (SING, mi tocca ammetterlo!) per una volta ha avuto ragione Berlusconi: Moretti ha quasi voluto farsi pubblicità a suo nome con questo film.
Lo so: è un’affermazione grossa, ma sono fermamente convinta che se la scenografa avesse proposto un documentario sulle pecore della Birmania o su un trattato di botanica molto, ma molto poco sarebbe cambiato ne “Il Caimano”.
Me lo aspettavo più profondo sulle accuse trattate, mentre è stato un leggero accenno, acclamato più, a mio avviso, perché prodotto dall’ideatore dei girotondi, che perché un film-rivelazione come la campagna pubblicitaria ha voluto farlo passare.

fine

Il caimano (parte 1)

26 gennaio 2010

Ebbene si: sono di sinistra, forse anche più a sinistra di Bertinotti (!!!), ma adoro più di ogni altra cosa conservare integra la mia libertà e autonomia di pensiero.
E proprio in nome di questo principio mi accingo a valutare il film di Moretti in una maniera sicuramente impopolare e che susciterà acri reazioni, visto l’immane successo che il regista ha ottenuto a livello nazionale ed internazionale.

Adoro Moretti, ma questo film me lo aspettavo totalmente diverso da ciò che in effetti è, proprio per quello che il regista ha voluto costruirci intorno (il non rivelare nulla a nessuno della trama durante la fase di preparazione prima, il proporlo come una patata bollente poi) e che forse io, per mie errate supposizioni, ho atteso come molto diverso.

“Il caimano” era l’attesissimo film “anti-berlusconiano” la cui uscita in periodo di campagna elettorale ha suscitato molto clamore, al punto che Fabio Fazio, intervistando Moretti a “Che tempo che fa?”, gli domandò ironicamente: “Ma le elezioni non disturbano l’uscita del tuo film?”.

Me lo aspettavo come una denuncia pesante, oltre che come una rivelazione imponente su retroscena ancora ignoti dell’uomo di affari e di politica Berlusconi: voglio dire qualcosa come il “Fahrenheit 451” (accusa pesante contro il governo Bush) o “Il muro di gomma” (film-documentario sulla strage di Ustica).

Niente di tutto ciò. E non mi accingo a criticare la regia o la sceneggiatura, visto che non ho le competenze per farlo, ma proprio la trama del film.

“Il caimano” è la storia di un produttore televisivo (interpretato magistralmente da Silvio Orlando) che, avendo prodotto sempre film di serie C, non riesce a riscattare la propria posizione, se non inventando di avere in cantiere un film su Cristoforo Colombo, in modo da ottenere fondi per iniziare un nuovo progetto, qualsiasi esso fosse.
Ma non avendo neanche pensato mai a questo nuovo lavoro, non sa da quale parte cominciare a risalire dal suo declino professionale, mentre la sua autostima cade sempre più sotto i piedi e il suo matrimonio comincia ad andare in crisi.

In questo clima ad una presentazione conosce una giovane scenografa che, dopo aver proposto il suo primo lavoro a destra e a manca, vedendoselo rifiutare in quanto troppo impegnato dal punto di vista politico per una esordiente, lo sottopone, come ultima spiaggia, al produttore in questione.
Questi, fiutando una possibilità di estremo riscatto, decide di far passare il film della ragazza, anziché quello mai neanche cominciato su Cristoforo Colombo, come suo nuovo progetto.

Ma la Rai non se la sente di investire fondi su questo argomento, troppo distante da quello inizialmente pattuito.

fine della prima puntata: questo post è troppo lungo, lo continuo appena posso!