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Trent’anni, alta, mora (L. Pieraccioni)

Quando lo vidi in libreria, correva l’anno 1998, pensai: “Alta e mora ci sono, verrà il momento storico in cui questo libro sarà dedicato a me”.

Io di Leonardo Pieraccioni sono innamorata persa: il suo modo di parlare, il fatto di avere quell’aria comica ma sempre velatamente triste, il fatto di essere uno non bello ma che ci sa fare anche con la sua goffaggine, il suo saper sorridere tristemente anche sulle cose meno allegre… lo adoro, ecco! E il fatto che mi potesse aver dedicato un libro, anche senza saperne niente lui stesso, mi metteva d’allegria e mi faceva battere il cuore all’impazzata.

Acquistatolo e leggendolo ho scoperto che la trentenne alta e mora in effetti non era esattamente il mio ideale di donna, quella che sarei voluta diventare: una che, sposata, al mare abborda un ragazzino diciottenne e se lo porta a largo su un canotto a “fare cose” non è esattamente il mio canone di ispirazione. E, a meno che non mi sposi e seduca un ragazzo diciottenne nei rimanenti prossimi 5 mesi scarsi, il libro non è dedicato assolutissimamente a me!
Ma mi piace pensare che quest’anno la trentenne alta e mora cui il Leonardo nazionale ha dedicato il libro sia io, indipendentemente da quello che la tipa fa nella storia!

Da quando l’ho comprato, questo libro è stato sempre in cima agli altri sulla mia libreria: da allora ho preso a leggerlo e rileggerlo e rileggerlo e rileggerlo ad intervalli di tempo regolari, ogni volta che mi sento giù, che mi sento proprio down: leggo questo libricino di racconti leggeri e delicati, scritti da un Pieraccioni che, deliberatamente, nell’introduzione non ci chiarisce se gli stessi siano precedenti o successivi al suo successo a livello nazionale come regista.
E sicuramente non poteva mancare una sua lettura anche in questo particolarissimo anno: oh, cavoli, uno mi dedica un libro e io non dovrei leggerlo???

Nella premessa il regista dice che tutti gli chiedono, relativamente ai racconti, se siano antecedente alla sua fama, se con Mandala (Tyde, la protagonista di “Fuochi di Artificio”) si veda ancora o se “Il mio west” è davvero un western.
In effetti la domanda sottointesa sembra essere un’altra: se questo libro fosse stato scritto da, facciamo un esempio, Mario Rossi (la cui fama è paragonabile a quella del Pieraccioni cabarettista pre-“Il Ciclone”!) sarebbe stato acquistato in così tante copie da entrare a far parte de I Miti di Mondadori?
Risposta non c’è…

In ogni caso se anche non li avesse scritti Pieraccioni questi 26 racconti sono davvero bellissimi: alcuni sono delle visioni allucinate (come quando il Bene e il Male devono mettere in ordine il magazzino di un uomo, scoprendo che nella sua vita non c’è amore, o come il sogno di tornare ragazzino a guardare le stelle con la bambina amata all’epoca che, però, amava il figlio del fattore), altri delle immagini scarne della vita di personaggi che vengono descritti con poche pennellate, ma nel profondo (come il ragazzo miliardario i cui genitori si sono suicidati buttandosi dalla torre di famiglia e che ha ereditato dai suoi la fortuna economica ma anche un angosciante presente e un incerto futuro, o la trentenne che seduce in spiaggia un ragazzino timido e inesperto, o la ragazza dalla vita “banale” che tenta di fuggire dalla monotonia del suo bar e da una vita da commessa andando a vivere in una comune), altri sono la fotografia di personaggi di fantasia, ma che poi nella realtà di tutti i giorni ci circondano, esistono, magari hanno davvero quei pensieri, chissà… (come il pesce rosso vinto al luna park che vive segregato in una boccia sul frigorifero, o l’invincibile cane da corsa che decide di seguire l’insegnamento del suo ex-padrone, mandando tutti a quel paese e fuggendo via a gambe levate, o la sposa che dice no all’altare al miglior partito che una bella ragazza possa sognare), altri ancora sono la descrizione leggera e al tempo stesso profonda e sentita di alcuni aspetti della vita dell’autore (come quello in cui narra il suo essere sempre in giro per aeroporti con l’unica finalità quella di far divertire la gente, il suo sciogliersi come neve al sole alla visione di un papà che abbraccia, ricambiato, la sua minuscola bimbetta, immagine che non vale i fondoschiena perfetti delle donne con cui l’autore stesso si trova vuotamente ad uscire la sera, oppure come la nonna, paragonata alla ragazza di vent’anni che lo affianca in quel momento che chissà come sarà tra sessantatre anni, quando anche lei in casa di riposo sarà convinta che il terreno che vede al di là della finestra è di sua proprietà)…

Insomma s’è capito: questi racconti mi piacciono da morire. C’è una tristezza velata di fondo che, non so perché, quando sono giù mi dà la forza di andare avanti e di reagire, pensando che si può sempre strappare un sorriso a se stessi, anche nelle situazioni più dure e difficili.
Esattamente come fa Pieraccioni che alla Graziella Mancini che anch’io mi sento in quei momenti bui, che “si lanciava nel vuoto e senza paracadute. Era certa che avrebbe planato su una montagna di piume e invece il lastricato della strada la faceva rimbalzare impetuoso” contrappone l’insegnamento della nonna ottantenne “Goditi il tuo corpo. Gli amori, le cose che racconti, i tuoi istinti: ruba tutto quello che c’è da rubare che tanto poi nessuno te lo richiederà mai indietro” o la forza d’animo e di spirito del cane da corsa, straviziato e stracoccolato in quanto produce soldi più dei Bot in banca e che al pensiero del suo padrone che, abbandonate ricchezze e famiglia se ne va a vivere in Irlanda con una sordomuta con la quale guarda i tramonti dalla scogliera tutte le sere, pensa “Anche a me, che sono un cane e vinco sempre, è venuta più di una volta la voglia di mandare affanculo tutti. […] Nel mondo cinque miliardi lo vorrebbero fare, in cinquecento al massimo lo fanno. Lorenzo [il suo ex padrone, N.d.A.] era uno di questi. Non male, eh?” e molla tutti, scappando via dal recinto dove ha appena vinto una corsa, al pensiero “Vaffanculo a tutti. Cinquecento e uno.”

Quando sono giù, come in questi giorni, decido ormai da anni di rileggere questo libro e benedico le 7900 lire spese all’epoca: non è alta letteratura, ne’ un libro impegnato, ne’ un trattato di psicologia o di altre scienze auliche… ma non è neanche un libretto da leggere sotto l’ombrellone ché tanto l’ha scritto un comico.
No, anzi: “Trent’anni, alta, mora” mi da’, ogni volta che lo rileggo, la forza e la voglia di dire: “Vaffanculo a tutti. Cinquecento e due.”.

fine

(questo delirio allo stato puro l’ho scritto 4 anni fa… adesso il MALEDETTO si è accasato con la PLASTICONA DECEREBRATA… quindi… ‘FANCULISSIMO!!!!!!!!!!!!!!!!!!)

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